Ci raccontiamo un pò Toggle

Forse dovremmo partire a raccontarci da molto lontano per riscuotere interesse, ma troppo indietro non possiamo andare e forse non ne avremmo neanche la voglia di farlo. I legami sono importanti, certo, ma ogni storia è un nuovo libro che si apre e inizia un pò dove comincia una nuova vita, una nuova ambizione. Il nostro cammino per arrivare fin qui possiamo ritenerlo tuttosommato breve.  Le impronte lasciate alle spalle non si perdono a vista d’occhio. Si vedono tutte, ancora ben pesanti nella terra, come di chi ci è appena passato sopra. Nessuno stemma di famiglia da mostrare, nè antichi cimeli da conservare gelosamente.

Non ci sono state generazioni e generazioni che si sono tramandate il nostro lavoro.  Non possiamo vantare nulla di tutto questo, però abbiamo un legame forte con le abitudini alimentari dei nostri luoghi, con la cultura delle cose semplici e con l’amore per la natura. Ne abbiamo respirato l’aria da sempre. Non sappiamo se è sufficiente, ma ci basta per trasferire questi aspetti, per noi così importanti, anche nei prodotti che proponiamo.

Diciamo soltanto, allora, che più che la nostra storia vi racconteremo quella che qualcuno, nello stesso posto avrebbe potuto vivere. Una sorta di legame fra quello da cui saremmo potuti partire e quello che siamo diventati. Una storia a metà fra un passato rubato a qualcun altro, che comunque non ci manca, ma che sembra dover essere per forza la base per riscuotere il giusto credito e un presente davvero nostro, sincero, autentico, fatto di voglia di mettersi in gioco, di imparare cose nuove e di adattare, facendole proprie, le lezioni della tradizione.

Il Mezzogiorno d’Italia, la Puglia e il Gargano in particolare, sono sempre state terre di agricoltura e pastorizia. Generalmente povere ma, come ogni luogo di questo pianeta, quel poco di ricchezza, ottenuta dalle risorse della terra e dal lavoro, quasi sempre estorto, della popolazione più inerme, saldamente in mano a pochi ricchi. Territori aperti a ogni genere di conquista, patrie di mille signori e di molteplici idiomi. Una grande costante però. La terra. Così variegata, mai scontata. Dal verde dei pascoli, al marrone e grigio delle montagne carsiche e brulle, dal giallo delle distese di grano, dalle interminabili file di ulivi dalle folte e verdi chiome. I secoli sono trascorsi con i cambiamenti delle popolazioni, della cultura, del modo di lavorare. Il territorio è però rimasto ancorato alla sua essenza originaria. Un punto fermo nella coscienza degli uomini che hanno abitato e che abitano queste terre. I terreni che ora fanno parte della nostra azienda erano una piccola parte di un possedimento di una delle famiglie più ricche e note della nostra zona. Per non far torto agli eredi naturali e a noi stessi, eviteremo di rendere noto il nome. Non volendo andare troppo indietro, consideriamo che, intorno al 1860, quindi agli albori dell’unità d’Italia, faceva parte di un’antica masseria. Don Gennaro, identifichiamolo così, era il ricco possidente terriero che viveva con la sua famiglia al suo interno e che ne teneva le redini. Altre anime, che spendevano la maggior parte della loro vita al suo servizio e della sua azienda, abitavano quei luoghi in modo semplice. L’azienda si estendeva per centinaia di ettari e le coltivazioni erano le più diverse, gli uliveti, il grano, i mandorleti, i fichi d’india, gli ortaggi. Un susseguirsi di colori, di sapori e di fatiche che variavano a seconda della conformazione morfologica della zona e della stagione.

Tutti i frutti di quelle terre e del duro lavoro di ogni giornata, facevano però capolino nei magazzini della masseria. I lavori da fare duravano 365 giorni l’anno, ma la comunità scandiva e dava senso diverso a quelle giornate in base ai bioritimi della terra. I momenti della semina e della mietitura del grano o della semina e raccolta delle orticole erano momenti particolari, così come la raccolta delle olive, la trasformazione in olio. Tutte le attività agricole che davano inizio e fine a un ciclo di produzione. Si lavorava duramente, ma ogni ciclo era avviato e chiuso con una festa, di buon auspicio la prima e di ringraziamento l’ultima. Antichi canti e danze popolari, cibo più abbondante del solito e allegria. Piccoli attimi di gioia che affioravano da una vita di fatiche. Così trascorrevano i giorni, le settimane, i mesi e gli anni e, in ogni giorno, in ogni settimana, in ogni mese e in ogni anno, quella comunità dava vita a un intreccio di relazioni umane, fra amori, invidie, atti di puro altruismo e gelosie logoranti. Ogni genere di sentimento che la natura umana è in grado di sentire. I contadini si innamoravano, si sposavano, facevano dei figli, gli amori finivano, come le amicizie, ogni tanto qualcuno moriva sotto un fendente di coltello o per via delle malattie sempre in agguato. Tutto avveniva in quegli attimi di pausa che il duro lavoro concedeva, proprio come fa l’aria entrando nei polmoni e rimettendo in circolo la vita.  Don Gennaro, dall’agio delle sue ampie stanze disponeva dei tesori delle proprie terre e in un certo senso delle vite dei propri contadini. I pasti, durante il lavoro erano fatti in modo frugale, all’ombra di qualche albero. Olive, mandorle, del pane, patate e qualche pomodoro. Era questo che la gente mangiava. Materie prime prodotte dal loro duro lavoro, semplici e autentiche come la terra che lavoravano. La fantasia di trasformare in delizia, invece, quel poco che si aveva era sempre affidata alle donne che lasciavano i campi poco prima degli uomini per rendere quel misero focolare domestico un microcosmo in cui sentirsi per qualche ora liberi davvero di vivere la propria vita e le proprie emozioni.

Tutto quanto si svolgeva in quel modo, una vita in un cerchio, che partiva e finiva nello stesso punto per riprendere sempre così. Cambiavano le persone, ma non le dinamiche delle loro relazioni. In quella masseria tutto proseguì in quel modo, con vicissitudini varie della vita quotadiana, ma senza fatti degni di nota, fino alla fine del 1944. Una piccola squadra delle truppe Naziste che, dalle zone occupate del Mezzogiorno, poco a poco risalivano la penisola per sfuggire all’offensiva degli Alleati, arrivò una mattina alle porte della masseria. Anche in quei luoghi così lontani dalle battaglie delle città, la certo non bella fama di quelle truppe aveva già preceduto il loro arrivo. Il terrore e il panico misero ogni singolo componente della comunità a dura prova. Quell’arrivo fu tanto inaspettato, quanto inaspettato fu il comportamento di quegli uomini ormai privati di quella tenacia che l’esito della guerra stava pian piano spegnendo. Don Gennaro, timoroso di atti cruenti che avessero potuto nuocere alla sua azienda, si fece forte di tutte le sue doti di mediazione e si mostrò disponibile verso quegli ospiti inattesi e non certo graditi. Quegli uomini armati, dagli occhi ormai spenti da quella immane tragedia che avava colpito tutti, indistintamente, non sfoderarono in nessun modo la crudeltà che, in entrambe le parti di una controversia, prende quasi sempre il sopravvento sulla umana ragione. Si limitarono a rifoccillarsi, senza indugio certo. Non disdegnarono anche di saccheggiare, per quanto potevano, piccole scorte da portare dietro con sè. Nessuna violenza venne usata però contro quella comunità di contadini. Passarono soltanto pochi giorni in compagnia di quegli uomini. D’improvviso, all’alba di una giornata grigia si mossero senza quasi far rumore.

Molte ore dopo la loro partenza arrivò una squadra di americani. Facce sorridenti stavolta, dispensavano sigarette, cioccolate e cibo in scatola. Cose mai viste da quelle parti. La notte la passarono fra le mura della masseria. Stavolta, tutti mangiarono insieme e non è escluso che qualche soldato non ebbe una tenera compagnia nella notte. Lo stato d’animo era stato così diverso nell’accogliere chi non si attendeva. Il mattino seguente i soldati ripresero la via verso il paese per risalire verso nord. La comunità contadina riprese la propria vita. Anche se quegli eventi erano quasi passati lontano dalle proprie esistenze, un pezzo di mondo stava ormai cambiando. La guerra era ormai terminata, la gente era tornata pian piano a vivere, con tanta difficoltà, ma la consapevolezza della propria identità era diventata più forte. Anche nei campi le cose cambiarono. I contandini presero coscenza della loro dignità di uomini e rivendicarono diritti. I proprietari terrieri non disponevano più di persone al loro completo servizio. La dimensione di uomo, anno dopo anno, prendeva maggiore spazio. Un mondo stava finendo e un’altro nuovo, a piccoli passi, si affacciava verso il futuro. Poco a poco le campagne andarono svuotandosi, le necessità di ogni individuo si modificarono. La masseria di Don Gennaro, alla sua morte, non fu più quella macchina rodata dei tanti anni addietro. Molti ettari di terra furono lasciati in abbandono. Gli eredi, ormai tutti noti professionisti, avevano altri interessi da curare. Parte del patrimonio immobilare fu smembrato e venduto, soltanto alcuni dei migliori tenimenti restarono in mano alla famiglia e curati da gente di loro fiducia.

Alcuni di quei terreni, che tanti anni prima avevano vissuto l’era di un’agricoltura prolifera, ma allo stesso tempo sofferente per le condizioni di lavoro dei contadini impiegati, sono diventati oggi di nostra proprietà. Da pochi anni, e venendo da settori completamente diversi dall’esperienza agricola, abbiamo deciso di riappropriarci di un pezzo di storia della nostra terra che, anche se non ci è direttamente appartenuto, ha fatto sempre parte della nostra vita. Il desiderio di tornare alle nostre radici, rivalutare le conoscenze e le esperienze dei nostri predecessori ha fatto si che iniziassimo questa avventura un pò per un nostro interiore bisogno personale, un pò per investire in una nuova forma di impresa agricola che desse davvero il giusto risalto alla promozione di tutto quanto di buono le nostre terre e le nostre tradizioni sono in grado di offrire ancora oggi. E’ per questo che nasce VIANOVA, una nuova vita, una nuova via da seguire affinchè parte del nostro partimonio culturale, che passa sicuramente attraverso la nostra tradizione agroalimentare, possa trovare il giusto riscontro nella maggior parte dei consumatori.